Patto al buio con i militari e carineria pop, i segreti di Yingluck
Yingluck Shinawatra è molto, molto thai. La trionfatrice delle elezioni del 3 luglio, sorella dell’ex premier Thaksin, più che il suo clone, si è rivelata un nuovo simbolo popolare della “khwampenthai”, tutto ciò che forma lo spirito della thailandesità. Ne incarna molti aspetti: il “sanuk”, la voglia di divertirsi, il “suey”, la bellezza, il “sabai”, il benessere fisico, il “kreng jai”, il rispetto dovuto ai maggiori. Leggi La Thailandia scopre la sorella di Thaksin, buona come i “kanom”
23 AGO 20

Yingluck Shinawatra è molto, molto thai. La trionfatrice delle elezioni del 3 luglio, sorella dell’ex premier Thaksin, più che il suo clone, si è rivelata un nuovo simbolo popolare della “khwampenthai”, tutto ciò che forma lo spirito della thailandesità. Ne incarna molti aspetti: il “sanuk”, la voglia di divertirsi, il “suey”, la bellezza, il “sabai”, il benessere fisico, il “kreng jai”, il rispetto dovuto ai maggiori. Ma soprattutto il “na rak”, la carineria. Che non è riferito solo all’aspetto fisico, è un modo d’essere. Come lo rappresentano le sue ultime icone in versione cartoon, incarnazione politica delle eroine dei manga e dei pupazzetti adorati in Asia. Per rendersene conto, e per capire come sarebbero andate a finire le elezioni, bastava fare un giro per Bangkok, nei quartieri popolari come nei più lussuosi centri commerciali. Anche nella capitale, roccaforte (inespugnata) del partito democratico, i cloni di Yingluck si diffondono. Magari non avranno votato per lei, ma ne copiano il look (vedi qui a fianco).
“Da quasi un mese sono sempre di più quelle che vogliono una pettinatura alla Yingluck” dice una parrucchiera, che ha inserito la foto della prossima premier nel suo portfolio, accanto a quelle delle attrici di soap opera più popolari. Non sono soltanto le più giovani o le donne in carriera com’era Yingluck a volerle somigliare. Anche tra le appartenenti alla hi-so thai, l’aristocrazia thai – che vedono in lei l’apparizione di un “phii”, uno spettro (ossia Thaksin) – c’è chi sta abbandonando la tradizionale acconciatura stile impero, che ormai da mezzo secolo era il modello incontrastato.
Secondo la moda “dern” (che non è parola thai, bensì contrazione di modern), Yingluck incarna la “indy”, independent generation, una generazione trasversale alle classi sociali e agli schieramenti politici che sta elaborando una versione alternativa della cultura tradizionale. Ne è esponente il regista Apichatpong Weerasethakul, vincitore del Festival di Cannes lo scorso anno.
Probabilmente, però, Yingluck non era proprio così. Forse era più vicina ai modelli hi-so. Ancora c’è qualche dettaglio (l’orologio, ad esempio, o i gioielli che sfoggia in occasioni più formali) che la tradisce. Per il resto, dalla t-shirt al tailleur nero, dal sorriso al tono di voce, alla prontezza con cui risponde a domande provocatorie facendole apparire banali, è quasi perfetta.
In effetti ha avuto bravi insegnanti, come l’attore e politico Yuranan “Sam” Pamornmontri, incaricato di istruirla nel comportamento con la stampa e di formarne l’immagine pubblica. Anche il suo linguaggio corporeo è stato riesaminato e modellato: il modo in cui giunge le mani di fronte al viso nel tradizionale gesto di saluto e omaggio del “wai”, poco a poco si è fatto meno formale e gerarchico, più amichevole e alla pari. Secondo gli amici e i vecchi colleghi (in questo caso tutti subordinati a lei), invece, è sempre stata così. Molti usano proprio il termine di “na rak”, per indicare la sua carineria e la sua disponibilità. “Lei ha davvero un atteggiamento positivo, quello che mette la gente attorno a lei a proprio agio”, ha dichiarato uno di loro.
Che sia “na rak” per natura o per addestramento, Yingluck è riuscita ad apparire tale. Ha offerto ai thai un’alternativa rispetto a una casta che ha dominato la politica negli ultimi decenni e cominciava ad apparire come una caricatura del Padrino. Se continua così potrebbe addirittura superare la popolarità del suo vero mentore, detentore originario del Dna Shinawatra, suo fratello Thaksin. L’affermazione “Thaksin pensa, il Pheu Thai esegue”, pronunciata dall’ex premier in esilio a Dubai – che è stata un tormentone della campagna elettorale democratica per dimostrare chi fosse davvero il grande burattinaio del partito rappresentato da Yingluck – col tempo potrebbe perdere di valore, almeno nella prima parte.
Thaksin è una delle tante “bombe a tempo” disseminate sul cammino di Yingluck, come si è affrettata a precisare la neo opposizione democratica. In un modo o nell’altro l’ombra del fratello grava su di lei: secondo la ferrea legge che regola i rapporti tra maggiore e minore (ancor più forte per la cultura familiare d’origine cinese) deve rispettarlo e favorirlo. Questo, però, significherebbe mettere in primo piano la questione dell’amnistia e del suo ritorno in patria, scatenando violente reazioni da parte degli ultraconservatori, le “camicie gialle”. Ma se non lo facesse, rischierebbe di inimicarsi quelle fazioni dei rossi scese in piazza in nome di Thaksin e potrebbero rivoltarsi contro di lei: i leader si sono affrettati a chiarirlo.
Per ora il problema è stato risolto dallo stesso Thaksin: ha dichiarato che lui vuole essere una soluzione e non il problema. Yingluck, dal canto suo, ha ribadito che la politica del Pheu Thai non è quella di garantire l’amnistia per un singolo. Affermazione che può essere interpretata sia come un rifiuto per quella del fratello sia come un “liberi tutti”, compresi i rossi accusati di sedizione o terrorismo.
Il problema più immediato, comunque, è quello economico: Yingluck ha impostato la sua campagna elettorale su proposte strabilianti, da un aumento del salario minimo di circa il 30 per cento a un programma di grandi opere che dovrebbe annullare la disoccupazione, dalla nuova concessione di prestiti alla distribuzione di carte di debito. Se mantenesse le promesse, secondo gli economisti, rischierebbe il collasso finanziario nazionale. Se non lo facesse perderebbe la maggior parte dei consensi.
Yingluck, sembra pronta ad affrontare le sfide di tutti questi se. Ventiquattro ore dopo i primi exit poll, ha già formato una coalizione che rende assoluta la maggioranza. Nel frattempo ha ottenuto dai militari l’assicurazione che non scenderanno in campo. Forse grazie ad accordi segreti tra Thaksin e i generali. Più probabilmente, con una maggioranza del genere, nessuna “forza oscura” o “mano invisibile”, come ci si riferisce ai vertici dell’establishment, potrebbe intervenire senza trasformare la Thailandia in un’altra Birmania. Il tempo è decisivo. Se Yingluck si dimostrerà una “indy”, nel senso più profondo d’indipendente, potrebbe essere la donna che segna un passaggio storico. Come ha scritto l’antropologo americano Charles Keynes: “Nella società thai si avverte un comune sentire secondo cui il contratto sociale deve essere rinegoziato”. Per riuscirci, Yingluck deve trasformarsi in supereroina. Come icona pop è già sulla buona strada. Tanto che gli “achan sak”, i maestri tatuatori, stanno studiando con attenzione la sua immagine.
“Da quasi un mese sono sempre di più quelle che vogliono una pettinatura alla Yingluck” dice una parrucchiera, che ha inserito la foto della prossima premier nel suo portfolio, accanto a quelle delle attrici di soap opera più popolari. Non sono soltanto le più giovani o le donne in carriera com’era Yingluck a volerle somigliare. Anche tra le appartenenti alla hi-so thai, l’aristocrazia thai – che vedono in lei l’apparizione di un “phii”, uno spettro (ossia Thaksin) – c’è chi sta abbandonando la tradizionale acconciatura stile impero, che ormai da mezzo secolo era il modello incontrastato.
Secondo la moda “dern” (che non è parola thai, bensì contrazione di modern), Yingluck incarna la “indy”, independent generation, una generazione trasversale alle classi sociali e agli schieramenti politici che sta elaborando una versione alternativa della cultura tradizionale. Ne è esponente il regista Apichatpong Weerasethakul, vincitore del Festival di Cannes lo scorso anno.
Probabilmente, però, Yingluck non era proprio così. Forse era più vicina ai modelli hi-so. Ancora c’è qualche dettaglio (l’orologio, ad esempio, o i gioielli che sfoggia in occasioni più formali) che la tradisce. Per il resto, dalla t-shirt al tailleur nero, dal sorriso al tono di voce, alla prontezza con cui risponde a domande provocatorie facendole apparire banali, è quasi perfetta.
In effetti ha avuto bravi insegnanti, come l’attore e politico Yuranan “Sam” Pamornmontri, incaricato di istruirla nel comportamento con la stampa e di formarne l’immagine pubblica. Anche il suo linguaggio corporeo è stato riesaminato e modellato: il modo in cui giunge le mani di fronte al viso nel tradizionale gesto di saluto e omaggio del “wai”, poco a poco si è fatto meno formale e gerarchico, più amichevole e alla pari. Secondo gli amici e i vecchi colleghi (in questo caso tutti subordinati a lei), invece, è sempre stata così. Molti usano proprio il termine di “na rak”, per indicare la sua carineria e la sua disponibilità. “Lei ha davvero un atteggiamento positivo, quello che mette la gente attorno a lei a proprio agio”, ha dichiarato uno di loro.
Che sia “na rak” per natura o per addestramento, Yingluck è riuscita ad apparire tale. Ha offerto ai thai un’alternativa rispetto a una casta che ha dominato la politica negli ultimi decenni e cominciava ad apparire come una caricatura del Padrino. Se continua così potrebbe addirittura superare la popolarità del suo vero mentore, detentore originario del Dna Shinawatra, suo fratello Thaksin. L’affermazione “Thaksin pensa, il Pheu Thai esegue”, pronunciata dall’ex premier in esilio a Dubai – che è stata un tormentone della campagna elettorale democratica per dimostrare chi fosse davvero il grande burattinaio del partito rappresentato da Yingluck – col tempo potrebbe perdere di valore, almeno nella prima parte.
Thaksin è una delle tante “bombe a tempo” disseminate sul cammino di Yingluck, come si è affrettata a precisare la neo opposizione democratica. In un modo o nell’altro l’ombra del fratello grava su di lei: secondo la ferrea legge che regola i rapporti tra maggiore e minore (ancor più forte per la cultura familiare d’origine cinese) deve rispettarlo e favorirlo. Questo, però, significherebbe mettere in primo piano la questione dell’amnistia e del suo ritorno in patria, scatenando violente reazioni da parte degli ultraconservatori, le “camicie gialle”. Ma se non lo facesse, rischierebbe di inimicarsi quelle fazioni dei rossi scese in piazza in nome di Thaksin e potrebbero rivoltarsi contro di lei: i leader si sono affrettati a chiarirlo.
Per ora il problema è stato risolto dallo stesso Thaksin: ha dichiarato che lui vuole essere una soluzione e non il problema. Yingluck, dal canto suo, ha ribadito che la politica del Pheu Thai non è quella di garantire l’amnistia per un singolo. Affermazione che può essere interpretata sia come un rifiuto per quella del fratello sia come un “liberi tutti”, compresi i rossi accusati di sedizione o terrorismo.
Il problema più immediato, comunque, è quello economico: Yingluck ha impostato la sua campagna elettorale su proposte strabilianti, da un aumento del salario minimo di circa il 30 per cento a un programma di grandi opere che dovrebbe annullare la disoccupazione, dalla nuova concessione di prestiti alla distribuzione di carte di debito. Se mantenesse le promesse, secondo gli economisti, rischierebbe il collasso finanziario nazionale. Se non lo facesse perderebbe la maggior parte dei consensi.
Yingluck, sembra pronta ad affrontare le sfide di tutti questi se. Ventiquattro ore dopo i primi exit poll, ha già formato una coalizione che rende assoluta la maggioranza. Nel frattempo ha ottenuto dai militari l’assicurazione che non scenderanno in campo. Forse grazie ad accordi segreti tra Thaksin e i generali. Più probabilmente, con una maggioranza del genere, nessuna “forza oscura” o “mano invisibile”, come ci si riferisce ai vertici dell’establishment, potrebbe intervenire senza trasformare la Thailandia in un’altra Birmania. Il tempo è decisivo. Se Yingluck si dimostrerà una “indy”, nel senso più profondo d’indipendente, potrebbe essere la donna che segna un passaggio storico. Come ha scritto l’antropologo americano Charles Keynes: “Nella società thai si avverte un comune sentire secondo cui il contratto sociale deve essere rinegoziato”. Per riuscirci, Yingluck deve trasformarsi in supereroina. Come icona pop è già sulla buona strada. Tanto che gli “achan sak”, i maestri tatuatori, stanno studiando con attenzione la sua immagine.